Nei mesi di maggio e giugno 1985 a Bologna vi furono due casi di stupro contro tre ragazze minorenni. Alcune assemblee convocate presso il “Centro di documentazione delle donne” diedero origine a un dibattito sulla violenza contro le donne, dibattito che subito evidenziò la carenza di strutture in città per quelle che subivano una qualsiasi forma di violenza.

Si formò un gruppo nutrito di donne che cominciò a incontrarsi regolarmente. Anche a seguito del fatto che al Centro continuavano ad arrivare telefonate di donne picchiate che chiedevano aiuto, il discorso si allargò dallo stupro alla violenza intrafamiliare, tanto diffusa quanto nascosta. Si cercò di elaborare una proposta, da presentare agli Enti locali, per una struttura cittadina in grado di accogliere e aiutare concretamente le donne che subiscono violenza, con le/i loro bambine/i.

L’esperienza delle Case in Italia è storia recente

Da una prima indagine sui Centri di donne operanti in Italia, emerse subito che nel nostro paese esistevano numerosi centri di consulenza legale, generalmente costituiti da donne, avvocate e psicologhe, ma mancavano del tutto le Case Rifugio, esperienza che invece all’estero, già in quegli anni, godeva di una storia più che decennale.

Cercando di capire il perché di questa assenza, alcune evidenziarono il difficile rapporto delle donne italiane con le istituzioni e il timore, da molte condiviso, di fare della pura assistenza, di non favorire un’affermazione di autonomia della donna, restando nel segno di una tradizione di patronage che si perpetua in qualche modo ancora oggi nella concezione dei servizi sociali.

L’apertura della Casa delle donne per non subire violenza

Il gruppo si orientò verso la richiesta di un finanziamento pubblico, credendo nella necessità di creare “istituzioni femminili“, di segnare politicamente le istituzioni con una presenza di genere. La costituzione del gruppo in Associazione e, parallelamente, la sottoscrizione nel 1990 di una convenzione con il Comune e la Provincia di Bologna sono stati i due momenti fondanti di un percorso che ha visto da una parte un grosso impegno di relazione con quelle donne all’interno delle istituzioni che hanno creduto nel progetto, e dall’altra il riconoscimento e la valorizzazione di uno spazio femminile autonomo e autogestito. Una pratica che a Bologna aveva trovato un importante antecedente proprio nell’esperienza decennale del “Centro di documentazione e ricerca delle donne”.

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Alcune socie della Casa delle donne nella prima sede di Via Capramozza, Bologna, 1991. Patrizia Pulga ©

Con l’apertura dellaCasa delle donne per non subire violenza” nel febbraio 1991, in città si è aggiunto quindi un nuovo spazio sessuato, un luogo che riconosce come interlocutore privilegiato per la propria attività e identità culturale e politica il sapere e le esperienze che altre donne hanno prodotto in Italia e all’estero.
Contemporaneamente alla Casa di Bologna è stata aperta la Casa delle donne maltrattate di Milano, dove già esisteva un Centro di accoglienza, le Case di Modena, Roma e Parma seguirono l’anno successivo. Altre ancora sono state aperte in seguito.

La convenzione con il Comune di Bologna è stata di volta in volta rinnovata fino al 28 marzo 2000 quando il Comune ha deciso di fare una gara di appalto per la gestione del servizio.

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La legge non basta

La tendenza a privilegiare un intervento attivo, di contatto e di relazione con la donna che ha subito violenza, cioè di progettualità concreta, è in costante crescita fra i gruppi di donne che si occupano di violenza. Crediamo che questo attesti una più piena consapevolezza, da parte delle donne, dell’incapacità del sistema penale di rispondere alla domanda di giustizia e di sicurezza delle donne e dell’impossibilità di delegare a una legge penale il problema della loro libertà e autonomia.

Una casa per cambiare e costruire relazioni fra donne

Non solo un telefono, dunque, non solo un percorso sul versante legislativo, ma un luogo in cui accogliere qualsiasi donna che abbia subito o stia subendo violenza, e una “casa” di ospitalità. La scelta della casa di ospitalità risponde da una parte all’esigenza di offrire un aiuto pratico e concreto alle donne che si trovano in una situazione di pericolo per la propria incolumità fisica e/o psicologica e non hanno altre soluzioni abitative possibili. D’altra parte risponde alla convinzione che l’efficacia di questo aiuto passi attraverso la possibilità concreta di relazione con altre donne: le operatrici del Centro e le donne ospitate nella Casa durante un periodo di convivenza.