L’11 luglio 2007, si terrà a Bologna il Convengo di presentazione e discussione del progetto Daphne “MUVI – Sviluppare strategie di intervento con gli uomini che usano violenza nelle relazioni di intimità”, di cui inviamo, di seguito, il programma. Un passo in avanti per mettere a fuoco le questioni che devono essere affrontate sul versante dei comportamenti violenti maschili, nel momento in cui si riconosce la gravità e la delicatezza del problema della violenza alle donne nelle relazioni di intimità.

Cappella Farnese Palazzo D’Accursio Piazza Maggiore, 6 – Bologna

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Il Comune di Bologna, in collaborazione con la Casa delle donne, ha partecipato al Programma Daphne 2006 della Commissione Europea con un progetto che affronta il problema della violenza contro le donne nelle relazioni di intimità, ponendo al centro dell’attenzione gli aggressori, i comportamenti violenti maschili. Il titolo del progetto è “ Developing strategies to work with men who use violence in intimate relationships – Sviluppare strategie di intervento con uomini che usano violenza nelle relazioni di intimità”. La questione che il progetto intende affrontare, in altre parole, è il “Che fare?” con gli uomini che usano violenza contro la propria partner ed ex partner. A febbraio di quest’anno il progetto è stato approvato. Vorremmo che diventasse per tutte/i un’occasione di riflessione e di scambio su un problema che da numerose organizzazioni internazionali – quali l’ONU, il Consiglio d’Europa, l’Organizzazione mondiale della sanità, e molte altre – è stato riconosciuto come un grave e diffuso problema sociale, che produce serie conseguenze sulla salute fisica e psicologica delle donne che ne sono vittima e in alcuni casi, purtroppo non così rari, la morte.

In Italia, secondo i risultati della prima indagine nazionale sulla violenza alle donne, condotta dall’ISTAT nel 2006, il 14% delle donne – 2 milioni 938.000 – ha subito almeno un atto di violenza fisica o sessuale da partner o ex partner nell’arco della vita; nel 67% dei casi si tratta di violenze che si sono ripetute. Nel 2005, 1271 donne sono state accolte e/o ospitate dai Centri antiviolenza a livello regionale; la Casa delle donne di Bologna, da sola, ne ha accolte 350.

L’importanza di luoghi che offrono sostegno alle donne che chiedono aiuto a causa delle violenze subite, promuovendo libertà e autonomia laddove la violenza interpersonale annichilisce, così come la necessità di politiche di intervento su questo versante, è oramai da diversi anni oggetto di un dibattito ampio e approfondito. Un ruolo di fondamentale, su questo versante, l’hanno avuto i Centri antiviolenza, sorti in molti paesi dalle esperienze del movimento politico delle donne.

Meno spesso e solo in tempi più recenti, nel nostro paese, la questione della violenza nelle relazioni di intimità è stata messa a fuoco nei termini di comportamenti violenti maschili da 2 controllare, ridurre ed eliminare: questo è il punto di vista privilegiato dal progetto, alla cui base stanno alcune consapevolezze. Da una parte la consapevolezza del peso greve, individuale e sociale, dell’impunità di condotte profondamente lesive dell’integrità psicofisica individuale, dall’altra la consapevolezza dell’insufficienza e/o contraddittorietà della risposta penale; da una parte la consapevolezza del limite dell’intervento individuale, rispetto ad un problema che ha profonde radici sociali e culturali, dall’altra la consapevolezza che qualcosa bisogna fare per rispondere alla domanda di aiuto che viene lanciata insistentemente da chi di questa violenza subisce pesantemente le conseguenze ma che qualche volta nasce spontanea anche in chi la violenza la agisce.

Una strategia nuova per il contesto italiano, ma diffusa in diversi paesi europei e americani, consiste nell’aprire e sviluppare programmi terapeutici e/o rieducativi per uomini che usano violenza. Essi funzionano a volte come alternative alla carcerizzazione, altre volte si attivano direttamente su richiesta di aiuto dell’aggressore, che si rende conto di avere un problema. Le questioni, i punti di domanda che la implementazione di questi programmi solleva sono tanti. Fra quelli più studiati e dibattuti in letteratura vi è la contraddizione di “sottoporre” ad un programma di intervento o di farvi partecipare spontaneamente, chi un aiuto non chiede, perché non riconosce di avere un problema; vi è la difficoltà di rendere continuativa la partecipazione, elemento fondamentale ai fini dell’efficacia; vi è il rischio che un programma di intervento si trasformi in una falsa alternativa alla criminalizzazione, ovvero che esso si traduca in una forma di impunità più aggiornata; vi è il rischio che essi producano una diversione delle risorse pubbliche, sempre scarse, a scapito delle donne che subiscono violenza e che si crei, su questo versante, una competizione negativa.

Questo progetto Daphne, della durata di due anni, è diretto a sensibilizzare la cittadinanza, e chi opera nel sociale, sul problema dei comportamenti violenti maschili contro le donne nelle relazioni di intimità, nella direzione di un’assunzione di responsabilità da parte degli uomini; a esplorare le questioni che si aprono in relazione al che fare con coloro che questa violenza la usano; a verificare l’opportunità di introdurre anche nel nostro paese programmi terapeutici e/o rieducativi per uomini che usano violenza, e se sì a che condizioni. Esso prevede attività di ricerca e di formazione.

Vi partecipano in qualità di partner europei la Spagna (Barcellona) e la Grecia (Atene), che come l’Italia hanno ancora poco sviluppato questo ambito di intervento; vi partecipa la Norvegia (Oslo) che annovera una delle esperienze più interessanti e più significative di intervento con uomini che usano violenza a livello europeo: Alternative alla violenza (ATV), un Centro nato alla fine degli anni ’80.