Il 25 novembre è stato designato come “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1999. Una ricorrenza simbolica e necessaria che i centri antiviolenza ogni anno celebrano presentando i dati e il lavoro che quotidianamente svolgono a sostegno delle donne che subiscono violenza.

Quest’anno, alle tante iniziative si aggiunge lo Sciopero delle donne, una mobilitazione nazionale alla quale il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna ha scelto di aderire per manifestare pubblicamente il proprio impegno politico per fermare la cultura della violenza e il femminicidio. La partecipazione e la mobilitazione delle donne sono state, in passato, la forza motrice che ha reso possibile la nascita e l’istituzione dei centri antiviolenza in Italia.

Non a caso la costruzione di reti locali e la creazione di forme di collaborazione ufficiali che consentano la condivisione di progetti e percorsi politici sono una parte importante del lavoro svolto dai centri antiviolenza. Oggi il sapere, l’esperienza e la rete dei centri sono una realtà sempre più attiva e consolidata sul territorio, ma ancora non sufficientemente riconosciuta, tutelata, supportata. E i numeri della violenza di genere in Italia restano drammaticamente alti.

Alla data del 30 ottobre, si contano già 10 femicidi e 10 tentati femicidi in Emilia-Romagna, ben 109 femicidi sul territorio nazionale. Numeri di fronte ai quali è necessario fermarsi e “scioperare” formando un blocco ideale per resistere di fronte alla cultura patriarcale del nostro Paese, che alimenta e legittima la violenza contro le donne. Per dare voce e corpo alla denuncia, al desiderio di cambiamento e alla richiesta di un impegno concreto da parte delle istituzioni.

Il Coordinamento riunisce tredici centri antiviolenza attivi in Emilia-Romagna: tredici realtà radicate sul territorio che si occupano del fondamentale lavoro di accoglienza e ospitalità delle donne vittime di violenza e che condividono metodologie di intervento, buone prassi e progetti.

Il Coordinamento, inoltre, svolge un incessante lavoro di informazione e sensibilizzazione sulla violenza di genere. Campagne e inziative pubbliche sui temi della violenza di genere sono fondamentali non solo per innalzare il livello di consapevolezza nella società civile, ma anche per favorire la possibilità delle donne di uscire dal silenzio e chiedere aiuto e per prevenire la violenza.

I centri antiviolenza affrontano il problema anche a monte svolgendo un prezioso lavoro di prevenzione: corsi di educazione al genere nelle scuole superiori, laboratori formativi, incontri con insegnanti, iniziative e campagne rivolte agli/alle adolescenti. Strumenti legali, sovvenzioni pubbliche e supporto istituzionale sono necessari per dare soluzioni concrete al problema e per aiutare fattivamente le donne vittime di violenza, ma la sfida principale della lotta contro la violenza di genere si gioca sul piano culturale. Non vivremo mai in una società libera dalla violenza se non riusciremo prima a cambiare la mentalità patriarcale che vi è alla base, che limita il diritto all’autodeterminazione delle donne e il loro ruolo nel mondo.

Altrettanto prezioso è il lavoro di monitoraggio del fenomeno, la raccolta e la diffusione dei dati sulla violenza di genere. Dal primo gennaio al 31 ottobre 2013, sono state 2403 le donne che si sono rivolte a un centro antiviolenza in regione, 125 in più rispetto all’anno scorso (nei primi dieci mesi del 2012 erano state 2278). Si contano ben 2022 nuovi contatti e il 78,2% delle nuove donne accolte ha figli/e.

Quando si parla di violenza sulle donne e femminicidio, spesso ci si dimentica di sottolineare che a subirne le conseguenze non sono solo le donne e che l’impatto sulla società civile è più vasto. Stando ai dati raccolti fino al 31 ottobre 2013, il 48% dei figli/e delle donne accolte ha subito violenza, per un totale di 1191 minori.Il profilo delle donne che chiedono aiuto racconta la trasversalità e la complessità del fenomeno. Si tratta di donne italiane per il 63,1% dei casi (le straniere costituiscono il restante 36,9%). L’88,1% di loro ha subito violenza psicologica, il 63,2% è stata vittima di violenza fisica; seguono i casi di violenza economica (38,1%) e violenza sessuale (13,8%).

Quanto ai bisogni e alle richieste manifestati dalle donne durante il primo colloquio con le operatrici dei centri, la maggior parte di loro ha bisogno di informazioni e richiede un secondo colloquio per sfogarsi ma anche per ricevere consigli sulle strategie da adottare per uscire dalla situazione di violenza. Il 23,2% di loro necessita di consulenza/assistenza legale, il 6,8% ha bisogno di ospitalità immediata e il 6,7% richiede una consulenza psicologca. Interessante notare come solo nello 0,3% dei casi le donne abbiano richiesto un intervento terapeutico sull’autore violento.

Si mantiene costante il dato relativo al numero delle donne ospitate nelle case-rifugio: 111 nuove donne, e con loro 124 minori, sono stati costretti ad abbandonare la propria casa perché in pericolo di vita (nei primi dieci mesi del 2012, erano stati ospitate nelle case-rifugio 121 donne e con loro 124 minori).

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