Manifestazione di protesta contro il Ddl Bongiorno. Appuntamento domenica 15 febbraio alle 15 in piazza VIII agosto. 

Come nel resto d’Italia – saranno oltre cento le piazze attive – anche Bologna è pronta a dire no al ddl Bongiorno. La Casa delle donne per non subire violenza e Non una di meno di Bologna, insieme ai centri antiviolenza del territorio, alle associazioni femministe e alle realtà di donne e persone Lgbtqia+, rilanciano la mobilitazione promossa dalla rete D.i.re e invitano la cittadinanza bolognese a essere presente in piazza VIII agosto domenica 15 febbraio alle 15 per ribadire che “sì è solo sì” e che senza consenso è stupro. Il corteo procederà percorrendo via Indipendenza e terminando in piazza Maggiore, dove si alterneranno i vari interventi. 

Susanna Zaccaria, presidente della Casa delle donne di Bologna: «La mobilitazione di domenica è assolutamente necessaria per far sentire forte la nostra voce contro la proposta di modifica dell’articolo 609 bis, già oggetto di moltissime critiche. Nelle scorse settimane, la proposta della presidente della commissione giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, ha rinnegato l’accordo raggiunto dai partiti di maggioranza e minoranza, sconfessando anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione che faticosamente aveva sancito dei principi a tutela delle donne che subiscono violenza sessuale. Invito la comunità bolognese a partecipare al corteo di domenica e auspico nella presenza di tante persone. Non si può tacere di fronte al tentativo di qualcuno di riportarci indietro e rendere alle donne vittime di violenza ancora più difficile ottenere giustizia». 

La Convenzione di Istanbul definisce la violenza sessuale come qualsiasi atto sessuale compiuto senza consenso e molti Paesi europei hanno adeguato le proprie leggi in questa direzione. La proposta di riscrittura del ddl Bongiorno elimina invece ogni riferimento al consenso e propone la dicitura “contro la volontà” compiendo una scelta politica chiara e coerente con altre scelte del governo Meloni, dalla limitazione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole alla promozione di una narrazione moralista della famiglia, fino all’uso strumentale del termine femminicidio, isolato dal suo contesto sociale e ridotto a fatto individuale, psicologico o criminale, ma mai politico. Come accaduto solo pochi giorni fa per il femminicidio di Zoe Trinchero, uccisa a 17 anni a Nizza Monferrato, nell’Astigiano. 

Togliendo il termine consenso, il rischio è evidente: alle donne e alle persone Lgbtqia+ verrà chiesto di dimostrare di non aver provocato, cercato o favorito la violenza, avvalorando pratiche di vittimizzazione secondaria che Centri, movimenti, avvocati e avvocate femministe denunciano dai tempi di “Processo per Stupro”. Chi opera ogni giorno nei Centri Antiviolenza lo sa: i percorsi giudiziari sono lunghi e dolorosi. La vittimizzazione secondaria è largamente diffusa, anche tra le persone giovani, le denunce sono pochissime, molte vengono archiviate o non arrivano a processo. Questa proposta aggraverebbe una situazione già critica, rendendo ancora più difficile raccontare la violenza e ottenere giustizia.